Si tende a immaginare che decidere insieme richieda molta intelligenza. Una grande quantità di cervelli, lunghe discussioni, istituzioni sofisticate. Le api offrono un’immagine quasi opposta. Quando una colonia deve scegliere un nuovo nido, l’immensa maggioranza dei suoi membri non confronta direttamente le opzioni. Alcune esploratrici cercano, valutano, tornano e comunicano. La decisione emerge da questa circolazione parziale dell’informazione.

Questo dettaglio cambia la domanda. La performance collettiva forse non dipende innanzitutto dalla quantità di intelligenza disponibile, ma dal modo in cui un gruppo organizza l’accesso all’informazione, la possibilità di partecipare e la concorrenza tra più opzioni. È qui che l’etologia diventa inquietante per i nostri stessi meccanismi decisionali.

Una colonia non riunisce 20.000 esperti

Durante la sciamatura, la vecchia regina lascia la colonia con circa il 40-70% delle operaie. Uno sciame tipico conta allora tra 10.000 e 20.000 individui. Parte carico di miele, ma questa autonomia dura poco: circa tre giorni. Bisogna quindi trovare rapidamente un riparo.

Eppure non tutti si mettono a cercare. Solo il 3-5% dello sciame diventa esploratore. Si tratta delle bottinatrici più esperte. Esplorano i dintorni alla ricerca di una cavità abbastanza grande — almeno 15 litri, idealmente circa 40 — con un piccolo ingresso vicino alla parte bassa, protezione dalle intemperie e senza infestazioni di formiche.

Quando un’esploratrice trova un sito promettente, torna dallo sciame ed esegue una danza dell’addome. Non pronuncia un verdetto. Porta una proposta al collettivo.

Thomas D. Seeley, biologo della Cornell University, ha dedicato più di quattro decenni allo studio di queste colonie come unità di decisione collettiva. Il suo libro Honeybee Democracy, pubblicato nel 2010, descrive un processo decentralizzato, competitivo e autocorrettivo.

Il confronto più interessante non è tra un’ape e un cittadino, ma tra una colonia e un’istituzione.

Un’istituzione efficace non ha bisogno che tutti sappiano tutto. Ha bisogno che le informazioni giuste possano risalire, che possano esistere più opzioni e che una scelta sbagliata possa perdere sostegno.

Il primo problema di un voto non è l’opinione, ma l’accesso

Un meccanismo collettivo può essere teoricamente aperto e, nella pratica, quasi inutilizzabile. L’esempio delle persone detenute in Francia lo mostra chiaramente. Il loro diritto di voto è stato mantenuto in linea di principio, ma per molto tempo esercitarlo è stato complicato. La legge del 31 dicembre 1975 ha consentito il voto per procura. La riforma del Codice penale del 1994 ha posto fine alla privazione automatica del diritto di voto. Nel 2019 il voto per corrispondenza è stato sperimentato in tutti gli istituti penitenziari francesi.

I dati sulla partecipazione danno un’idea dell’effetto concreto delle condizioni di accesso: 2% nel 2017, 8% nel 2019, 10% nel 2021, poi circa 22% nel 2022. Nell’ultima consultazione comunale menzionata, ha partecipato solo il 4% dei potenziali elettori detenuti. Una legge approvata nell’estate del 2025 ha poi nuovamente ristretto questo accesso.

Il parallelo con lo sciame non è morale, è meccanico. Una regola può proclamare che tutti i membri contano, ma se il canale di partecipazione funziona male, la decisione reale viene prodotta da una frazione del gruppo. Nelle api, questa frazione è organizzata come una funzione specializzata. Negli esseri umani, una bassa partecipazione può invece segnalare un difetto del sistema.

In altre parole, prima di chiedersi se una decisione collettiva sia saggia, bisogna chiedersi chi abbia realmente potuto contribuire e in quali condizioni.

Una folla non è un cervello gigante

Il calcio offre un altro segnale. Il sociologo Philippe Terral ricorda che la sua popolarità non dipende soltanto da ciò che accade sul campo. Ciò che attira, quindi, non è soltanto l’azione sportiva in sé, ma anche il fenomeno collettivo che la circonda.

Un pubblico condivide ritmi, emozioni, aspettative. Produce collettività senza produrre automaticamente una decisione di qualità. È una distinzione essenziale. Essere in tanti nello stesso posto, guardare la stessa cosa o reagire insieme non basta a creare un’intelligenza collettiva.

Le api sono interessanti proprio perché non si limitano ad aggregare reazioni. Il loro sistema separa i ruoli: esplorare, segnalare, confrontare, ottenere adesioni. Trasforma una folla biologica in una procedura.

Questo è forse uno dei punti ciechi delle nostre istituzioni partecipative: sappiamo misurare molto bene il pubblico, la mobilitazione, la popolarità o il rumore. Siamo meno bravi a distinguere una folla attiva da un processo realmente capace di correggere i propri errori.

L’intelligenza costa cara, buone regole possono costare meno

Il neuroscienziato Nikolay Kukushkin propone una tesi utile per comprendere questo paradosso: l’intelligenza non sarebbe un obiettivo naturale verso cui tendono tutte le specie, ma un lusso evolutivo costoso. Sottolinea che un grammo di tessuto cerebrale richiede circa dieci volte più nutrienti di un grammo medio del resto del corpo.

Secondo lui, spiegazioni classiche come il bipedismo o la dieta carnivora possono aiutare a capire come sia diventato possibile un grande cervello, ma non perché valesse la pena averlo.

Applicata alla decisione collettiva, questa idea apre una pista importante: un gruppo forse non ha bisogno di rendere ogni individuo straordinariamente intelligente. Può anche costruire un meccanismo che distribuisca correttamente i compiti cognitivi.

Nello sciame esplora solo una piccola minoranza. Gli altri non hanno bisogno di conoscere tutti i siti possibili né di calcolarne le qualità. Il sistema riduce il costo individuale della decisione organizzando un’intelligenza distribuita.

È una lezione meno lusinghiera dell’idea della «saggezza delle folle». Una folla non è saggia per natura. Può diventare efficace se le sue regole impediscono ad alcune informazioni di dominare troppo rapidamente, consentono a più proposte di esistere e danno al gruppo un modo per rivedere la propria scelta.

Che cosa possiamo davvero prendere in prestito dalle api

Il sistema studiato da Seeley ha esplicitamente ispirato algoritmi utilizzati nell’informatica e nelle telecomunicazioni. Tuttavia, gli elementi disponibili non consentono di citare istituzioni o algoritmi precisi, né di descrivere rigorosamente i meccanismi di verifica talvolta associati a queste ricerche. Sarebbe quindi fuorviante inventare una filiazione tecnica più precisa.

Ma l’idea generale è già potente. Copiare le api non significa imitarne le danze. Significa porre domande migliori sull’architettura di una decisione:

  • Chi esplora davvero le opzioni?
  • Come diventano visibili le proposte?
  • Può ancora emergere un’opzione concorrente?
  • Il sistema corregge un errore o amplifica semplicemente il primo segnale dominante?
  • La partecipazione teorica corrisponde a una partecipazione concretamente praticabile?

Il legame tra una colonia, una popolazione detenuta, una folla di calcio e il costo biologico dell’intelligenza non è ovviamente dato in partenza. È proprio questo a renderlo fecondo. I quattro casi raccontano, ciascuno a modo proprio, che un collettivo non si riduce né al numero dei suoi membri né alla loro intelligenza individuale.

La qualità di una decisione dipende dall’infrastruttura invisibile che trasforma gli individui in una procedura. Le api non hanno inventato le nostre istituzioni. Ci ricordano soltanto una regola che dimentichiamo facilmente: quando un gruppo decide male, il problema non è sempre nella testa dei suoi membri. Può essere nel modo in cui il gruppo permette loro — o non permette loro — di cercare, segnalare, contestare e partecipare.