Taxi, Alzheimer e GPS: ciò che il nostro cervello rischia di dimenticare
Ci sono statistiche che all’inizio sembrano anomalie. Poi diventano domande. Alla fine del 2024, uno studio pubblicato sul BMJ da ricercatori del Mass General Brigham ha esaminato quasi nove milioni di certificati di morte statunitensi, relativi al periodo 2020-2022 e a 443 professioni. Tra tutte queste categorie emergono due mestieri: tassista e autista di ambulanza. La loro mortalità legata alla malattia di Alzheimer è la più bassa dell’intero campione studiato.
Il risultato è abbastanza insolito da meritare più di uno slogan. In generale, i tassisti non sono un modello di salute professionale: i ricercatori ricordano anzi che la loro mortalità complessiva è elevata rispetto ad altre professioni. Eppure, quando si considera specificamente l’Alzheimer, la tendenza si ribalta bruscamente. Dopo gli aggiustamenti, la quota di decessi associati all’Alzheimer è dell’1,03 % tra i tassisti e dello 0,91 % tra gli autisti di ambulanza. Considerando tutte le professioni, l’Alzheimer rappresenta il 3,88 % dei decessi osservati.
Il dettaglio che cambia tutto: non è guidare, è sapersi orientare
La prima tentazione sarebbe concludere che guidare protegga il cervello. Ma i dati resistono a questa lettura semplicistica. Gli autisti di autobus, che guidano anch’essi tutto il giorno, presentano un tasso di mortalità per Alzheimer del 3,11 %. Tra i piloti di aereo, un’altra professione dei trasporti fortemente strutturata su rotte definite, il tasso raggiunge il 4,57 %. Il vantaggio osservato tra tassisti e autisti di ambulanza non sembra quindi legato al volante in sé.
Ciò che distingue questi mestieri, secondo l’ipotesi avanzata dai ricercatori, è la navigazione spaziale in tempo reale. Un tassista non ripete semplicemente un percorso fisso. Deve sapere dove si trova, integrare una destinazione, scegliere un itinerario, modificarlo se necessario e mantenere una rappresentazione mentale coerente dello spazio. Un autista di ambulanza è sottoposto allo stesso tipo di vincolo: il percorso dipende dalla situazione, non da un’unica strada memorizzata una volta per tutte.
Questa differenza ci porta direttamente all’ippocampo. Questa regione cerebrale svolge un ruolo fondamentale nella memoria e nella navigazione spaziale. È anche una delle prime aree colpite dall’Alzheimer. Le difficoltà di orientamento possono infatti comparire molto presto nella malattia, talvolta prima che le perdite di memoria più evidenti diventino il sintomo dominante.
Ecco il cuore affascinante della storia: la stessa area cerebrale serve a costruire le nostre mappe mentali ed è tra i primi bersagli della malattia. Lo studio non afferma che i tassisti «allenino il cervello contro l’Alzheimer» come si allena un muscolo. Mostra qualcosa di più prudente e, a mio avviso, più interessante: chi svolge un lavoro che sollecita continuamente questa funzione presenta una mortalità per Alzheimer insolitamente bassa.
Londra aveva già fornito un indizio spettacolare
Questa pista non nasce dal nulla. Nel 2000, uno studio di neuroimaging dedicato ai tassisti londinesi aveva mostrato in loro un ippocampo particolarmente sviluppato. Il contesto londinese è quasi un esperimento naturale di per sé. Per ottenere la licenza, questi conducenti devono padroneggiare The Knowledge, un apprendimento intensivo che riguarda circa 25.000 strade, oltre a numerosi punti di riferimento e attività commerciali.
Si capisce meglio che cosa significhi qui «conoscere una città». Non significa saper recitare un elenco. Significa essere capaci di trasformare uno spazio immenso in una rete manipolabile mentalmente. Un buon conducente deve poter partire da un punto, puntarne un altro e ricomporre il tragitto al volo. La città diventa una struttura interna, non soltanto uno scenario esterno.
È proprio questo che rende così inquietante il confronto con le nostre abitudini digitali. Oggi disponiamo di uno strumento straordinario: il GPS ci evita di perderci, riduce l’incertezza e ci guida perfino in luoghi sconosciuti. Ma cambia anche la natura del compito. Quando seguiamo una successione di istruzioni, possiamo arrivare perfettamente a destinazione senza aver davvero costruito il percorso nella nostra testa.
Il GPS atrofizza il nostro ippocampo? Non possiamo affermarlo
Il titolo è allettante e l’immagine è forte, ma la scienza disponibile impone qui un limite netto: lo studio del BMJ non misura l’effetto del GPS e non dimostra alcuna atrofia dell’ippocampo causata dalla navigazione assistita. Osserva un’associazione tra alcune professioni e una mortalità per Alzheimer più bassa. Non prova che una pratica spaziale attiva protegga causalmente dalla malattia.
Gli autori riconoscono inoltre un’altra possibilità: le persone con un rischio più elevato di sviluppare l’Alzheimer potrebbero essere meno inclini a scegliere, o a mantenere, lavori che richiedono forti capacità di navigazione. In altre parole, la spiegazione può funzionare in entrambe le direzioni. Va anche osservato che la tendenza individuata riguarda l’Alzheimer e non si ritrova allo stesso modo nelle altre forme di demenza.
Che cosa resta dunque da dire sul GPS? Una domanda, non un verdetto. Se la navigazione attiva sollecita fortemente l’ippocampo, che cosa accade quando deleghiamo quasi sistematicamente questo compito? Gli elementi disponibili non consentono di quantificare un declino cognitivo né di affermare che usare un GPS danneggi il cervello. Offrono però un serio motivo per distinguere due comportamenti che esteriormente si somigliano: muoversi in uno spazio e rappresentarsi mentalmente quello spazio.
È qui che il tema supera la salute per toccare ciò che chiamerei il nostro urbanismo mentale. Una città può esistere nella nostra testa come un insieme di quartieri, assi, deviazioni e punti di riferimento. Oppure può diventare una sequenza di istruzioni temporanee: gira a destra, prosegui per 600 metri, prendi la seconda uscita. Nel primo caso costruiamo una mappa. Nel secondo eseguiamo una guida.
Il vero tema forse non è il GPS, ma ciò che smettiamo di fare
Non vedo alcun motivo per trasformare questo studio in un processo contro il GPS. Rinunciare all’assistenza quando si ha fretta, ci si è persi o ci si trova in un luogo sconosciuto sarebbe talvolta assurdo. La questione utile riguarda piuttosto l’automatismo. Quando lo strumento diventa sistematico, non si limita più ad aiutarci a svolgere un compito: può anche sostituire lo sforzo che faceva parte di quel compito.
I tassisti studiati ci interessano quindi meno perché potrebbero essere campioni segreti di longevità cerebrale che perché mettono in luce una funzione diventata quasi invisibile nella vita quotidiana: sapere dove ci troviamo. Orientarsi richiede ricordare, confrontare, anticipare, correggere. Questo lavoro sembra banale perché avviene senza schermo, ma mobilita proprio una regione cerebrale essenziale per la memoria.
La statistica più sorprendente forse non è che i tassisti muoiano meno spesso di Alzheimer. È che, tra 443 professioni, le due categorie meglio posizionate siano proprio quelle in cui occorre ricostruire continuamente un percorso. Questo risultato non è una prova di protezione, ma è abbastanza singolare da costringerci a guardare diversamente una capacità che i nostri telefoni hanno reso facoltativa.
Abbiamo conquistato il diritto di non perderci più. È un progresso reale. Resta da capire se, in cambio, non stiamo perdendo poco a poco l’abitudine di costruire da soli il mondo nel quale ci muoviamo. Su questo punto la ricerca non ha ancora emesso un verdetto. Ma ha già posto un’ottima domanda.
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